La Norvegia, mi dici. In Norvegia non possiamo, lo vedi non ci sono gli aerei. Madrid no: ci sei stata con lui. Allora togli pure tutta la Spagna. Anzi togli mezzo emisfero. Lotti con le ombre. Questo è latte versato. Non ho soldi. Te li presto io. Sai che mi offendi quando fai così…
Scivolo, come una pallina di mercurio, per non dire quello che penso davvero. Che la vita non è un vhs, che se vuoi premi un tasto e torna indietro. Che le cose le ho già viste, tutte. Ma che ora le voglio vedere coi tuoi di occhi. Costi quel che costi.
Lo sto facendo ancora. Mi sto usando come puntaspilli. Ora basta.
Questo non è un inno alla gioia. Il mio corpo è e rimane troppo pesante da trascinare. Nessuna spinta, nessuna voglia, nessuna propulsione. Questo non è un inno alla gioia. Però venerdì sera, sulla route66 che attraversa il 44° parallelo, dove il cielo non è color candeggina, per un attimo, io e te stavamo volando.
Camel light. Via un pezzo. Il freddo che ho dentro ora è quello della nostra tenda, di notte, sul mare. Perché, neanche a dirlo, ti sei scordato il sacco a pelo. Sento il rumore su per le scale e il legno che scricchiola, mi giro di scatto, ma non sei te, che riprendi la borsa e lasci le chiavi. Mi infilo le cuffie, affogo nell’autan, metto i baustelle e fischietto, quassù nella mia tana. Do un’occhiata fuori. Le ragazze dell’appartamento di fronte dormono sul materasso senza lenzuola, il colombiano col cravattino che l’altro giorno aveva una spranga in mano - perché i conti si regolano così, altro che finanza creativa – sta rovistando in un sacco giallo dell’esselunga. Ci sono le macchie sul vetro di quando fai la prova-narici. Ti sento qui. Francesco canta. Abbiamo barbe. Abbiamo fede. Abbiamo sputi. Abbiamo buchi sul gilet. Siamo accampati sull’aiuola. La colomba morta vola. C’è una rissa. Bottigliate in faccia. Vuoti a perdere. Conto i minuti che mi separano da te, te che alle due di notte guardi una pensilina, vedi una donna con la minigonna corta e le calze a rete e pensi che stia aspettando l’autobus. Il mio venezuelano brasiliano della piana fiorentina del cilento (e detto questo, serie infinita di battiti sul petto in segno di appartenenza multipla). Chiudo gli occhi e vedo il porto di Amsterdam, i tuoi occhi sinceri ed i miei sempre tristi. Ti prendo la mano. Sei qui con me. Non c’è stato mai nessuno che mi ha amato tanto come questa notte. Buonanotte piccolo mio.
Un mese e mezzo di esilio a mangiare gianduiotti. Mi è mancato tanto. Mi veniva in mente tutte le volte che sentivo ticchettare il phon. Tutte le cose che bruciano ticchettano: il cofano della macchina, i termosifoni, io. Quando se n’è andato ho provato a tenermi nel naso il suo profumo, ma c’è troppo smog a Firenze. Lui che ha la consistenza misteriosa dei pelucchi bianchi che rimangono dentro al filtro del phon e dentro agli ombelichi. Un giorno abiteremo in mezzo a un bosco, in una casa di vetro circondata da pini altissimi e betulle, e mensole piene di lattine vuote senza etichetta e urban toys, e sulle pareti tutti i suoi collage col titolo strano. Lui ha bisogno di soffitti alti. E’ abituato all’aria di Breiðabólsstaður, d’altra parte. Bentornato scoiattolo azzurro.
La pausa dai post, gentile utente anglofono, non è dovuta al fatto che io possieda un vissuto al di fuori di questa scatolina colorata. Tutt’altro: non ne possiedo più uno nemmeno qui dentro. Mi osservo mentre ripasso il segno delle mie orme e mi annoio di quello che dico, quindi, evito di farlo. C’è qualche aggiornamento: mi è stato detto da Luca stesso che ha, finalmente, viva dio, trovato una nuova fidanzatina o pseudotale. Non vedo l’ora di capire chi è per affibbiarle un nomignolo e riderci e bestemmiarci su. E poi lo scrittore fra qualche giorno sbarca nella mia città. Ma ormai sono un personaggio degli Indifferenti di Moravia. Non c’è niente che mi susciti reazioni degne, accetto tutto passivamente. Con Mirko pecco ogni giorno di irriconoscenza e manco di senso della misura. Lui ha una pazienza epica. E si è trovato di fronte la sconcertante sintesi vivente di un problema irrisolvibile, perché io sono allo stesso tempo il problema e la soluzione. Mi viene in mente Davide che mi preparava le uova al tegamino mentre pronunciavo i miei fatidici “non so cosa fare della mia vita”: lui sapeva darmi abbracci affettuosi, non le lapidi di marmo che sento ultimamente. Ora, senza di lui, continuo a cantare il mio lamento di vittima di un destino impietoso. Credevo di saperci fare con le persone e ho scoperto che sono le persone che ci sanno fare con me. Costruisco la gente sulla base del mio ideale, poi rimango delusa e quello mi guarda e mi dice “ma che cazzo ti aspettavi?”. Vorrei svegliarmi un giorno e non sentire più niente, sotto una colata di cemento con due buchini (facoltativi) per respirare. Non sarò io ad arrivare a Manhattan con 15 dollari in tasca e fare carriera. Non sarò io a rompere i bicchieri e poi pagare da bere. Allora ogni gesto serve veramente a poco. Sto leggendo un fumetto esagerato. Watchmen. Capitolo 2, "amici assenti". Dal diario di Rorschach: “E’ così che succede? Una vita a lottare, senza tempo per gli amici, e alla fine sono solo i nemici a portarti delle rose”.
Un anno esatto fa ascoltavo Capossela. Tra due minuti uscivo a fare una passeggiata. Io, te, il cane e un freddo boia. Parlavamo della gente che fa bungee jumping dalle gru, di quella che va a fare la doccia con un tostapane sottobraccio, di quelli che appendono i rosari agli specchietti retrovisori. E di quella volta sulla fiat uno a metano che abbiamo sorriso all’autovelox. Il tuo stomaco cadeva a pezzi, te mi pregavi di smettere di farti ridere perché se no ti si staccavano i punti. Non si muore di affitto e di fame, dicevamo. Ce la possiamo fare da soli io e te, a fare qualsiasi cosa. Poi ci siamo persi. Entravi nei bagni dei bar e dicevi “io vado a farmi, te prendi qualcosa”. E tua mamma canticchiava battisti mentre ci faceva le lasagne. In pochissime parole, mi capita raramente di pensarti. Mi torni in mente quando sento il rumore della pioggia o quello della tosse. Quando piove, è la cerimonia di una storia che da qualche parte finisce. Ora dove sei?
[Grazie Vasco (quello vero). Grazie alle tue luci.]
Cosa vuol dire questa cosa di darsi, di prestarsi a qualcun altro a tempo indeciso ed impreciso? Scambiarsi i modi di dire e di fare. Soffrire e non darlo a vedere. Organizzare miseri giorni di ferie da dipendenti. Cercare qualche posto dove non sono stata e prenotare per piantare le bandiere su Marte. Prendiamoci un deltaplano, insieme. Mangiare fuori. La macchina in divieto di sosta e le quattro frecce che lampeggiano tutta la notte. I compleanni. Scambiarsi saliva e illusioni. Il desiderio di sentire il dolore al posto tuo. Metterti la mano davanti quando sbadigli. Cosa vuol dire? In cosa consiste? Te non mi dici niente, anche perché ora dormi. Ma non parli mai. Fermami quando trovi il momento in cui tutto può essere sopportabile, in cui lo stomaco non si complica, in cui non mi disidrato in litri di pianti. Facciamo una scatola di legno e scriviamoci sopra “perderemo”. Perché da ora in poi perderemo capelli e anni, forse i migliori, e un sacco di cose, e tanti amici. Vedremo insieme le macerie del paesaggio. Siamo anche le cose che perdiamo. Non c’è da aver paura. Ma io la capisco. La tua agitazione. Io lo so perché non me le dici quelle parole. Non farti prendere dal panico. Non farti prendere. Non farti prendere vivo. Però. Ora ho bisogno che te mi gridi qualcosa. Chilometri di righe confusionarie per dirti che io, il fatto che tu riesca a sbottonarmi la pelle, lo chiamo amore. Ma ora, gridami qualcosa. Una volta sola. Ti concedo il tempo impreciso di una sigaretta. Per decidere se starmi a mille chilometri di distanza o corrermi addosso. Magari questa volta non staccare il pezzetto in cima, falla durare di più, fumala con calma, alla mia finestra. E se dopo non sento niente, mi scrivo sulla fronte torno subito. Però poi, non torno mai.
Il cuore pieno come una discarica, un lavoro che ci uccide lentamente, lividi che non vogliono guarire. Ci va bene una vita tranquilla, una stretta di mano, un po' di monossido di carbonio, niente allarmi, nessuna sorpresa. Silenzio.