Con Sacche di Valore. Vaimosi attendere una nuova borsa di studio.
Gioielli, interminabili, puo promettere. Casi in cui una donna felice, sappiamo gia bene. Chiedere tasca molto rapidamente dopo ciascuna delle nausea, ora e per pagare con carta di credito.
A Oslo ho visto delle case che il cielo c’entrava tutto dentro e persone che si piegavano esattamente a metà. Ci siamo sfidati con un fioretto affilato di parole spaccacuore e abbiamo gareggiato stando in bilico su un guardrail che andava a sprofondare giù verso l’infinito. Il nostro amore è come il tuo cane: una foglia d’autunno che si aggrappa al ramo sperando che non tiri vento. Vorrei poterti dare di più, avere a disposizione il conto corrente della chiesa cattolica, farti dormire su quei campi di velluto che abbiamo visto dall’aereo. Siamo tornati ed ora è settembre e le ombre diventano piccole. Tutto è cambiato e niente è cambiato davvero. Sono di nuovo qui, circondata dall’assenza, in attesa dell’autunno meno ventoso della storia.
Come il trucco di un mago. Come il sacchetto di vento che stanotte ho sognato di regalarti, ed eravamo sulla spiaggia dell’Isola di Santa Margherita. Come le città di Calvino. Come gli assorbenti senza ali. Non sono pallida. Sto solo diventando invisibile.
La Norvegia, mi dici. In Norvegia non possiamo, lo vedi non ci sono gli aerei. Madrid no: ci sei stata con lui. Allora togli pure tutta la Spagna. Anzi togli mezzo emisfero. Lotti con le ombre. Questo è latte versato. Non ho soldi. Te li presto io. Sai che mi offendi quando fai così…
Scivolo, come una pallina di mercurio, per non dire quello che penso davvero. Che la vita non è un vhs, che se vuoi premi un tasto e torna indietro. Che le cose le ho già viste, tutte. Ma che ora le voglio vedere coi tuoi di occhi. Costi quel che costi.
Lo sto facendo ancora. Mi sto usando come puntaspilli. Ora basta.
Questo non è un inno alla gioia. Il mio corpo è e rimane troppo pesante da trascinare. Nessuna spinta, nessuna voglia, nessuna propulsione. Questo non è un inno alla gioia. Però venerdì sera, sulla route66 che attraversa il 44° parallelo, dove il cielo non è color candeggina, per un attimo, io e te stavamo volando.
Camel light. Via un pezzo. Il freddo che ho dentro ora è quello della nostra tenda, di notte, sul mare. Perché, neanche a dirlo, ti sei scordato il sacco a pelo. Sento il rumore su per le scale e il legno che scricchiola, mi giro di scatto, ma non sei te, che riprendi la borsa e lasci le chiavi. Mi infilo le cuffie, affogo nell’autan, metto i baustelle e fischietto, quassù nella mia tana. Do un’occhiata fuori. Le ragazze dell’appartamento di fronte dormono sul materasso senza lenzuola, il colombiano col cravattino che l’altro giorno aveva una spranga in mano - perché i conti si regolano così, altro che finanza creativa – sta rovistando in un sacco giallo dell’esselunga. Ci sono le macchie sul vetro di quando fai la prova-narici. Ti sento qui. Francesco canta. Abbiamo barbe. Abbiamo fede. Abbiamo sputi. Abbiamo buchi sul gilet. Siamo accampati sull’aiuola. La colomba morta vola. C’è una rissa. Bottigliate in faccia. Vuoti a perdere. Conto i minuti che mi separano da te, te che alle due di notte guardi una pensilina, vedi una donna con la minigonna corta e le calze a rete e pensi che stia aspettando l’autobus. Il mio venezuelano brasiliano della piana fiorentina del cilento (e detto questo, serie infinita di battiti sul petto in segno di appartenenza multipla). Chiudo gli occhi e vedo il porto di Amsterdam, i tuoi occhi sinceri ed i miei sempre tristi. Ti prendo la mano. Sei qui con me. Non c’è stato mai nessuno che mi ha amato tanto come questa notte. Buonanotte piccolo mio.