Camel light. Via un pezzo. Il freddo che ho dentro ora è quello della nostra tenda, di notte, sul mare. Perché, neanche a dirlo, ti sei scordato il sacco a pelo. Sento il rumore su per le scale e il legno che scricchiola, mi giro di scatto, ma non sei te, che riprendi la borsa e lasci le chiavi. Mi infilo le cuffie, affogo nell’autan, metto i baustelle e fischietto, quassù nella mia tana. Do un’occhiata fuori. Le ragazze dell’appartamento di fronte dormono sul materasso senza lenzuola, il colombiano col cravattino che l’altro giorno aveva una spranga in mano - perché i conti si regolano così, altro che finanza creativa – sta rovistando in un sacco giallo dell’esselunga. Ci sono le macchie sul vetro di quando fai la prova-narici. Ti sento qui. Francesco canta. Abbiamo barbe. Abbiamo fede. Abbiamo sputi. Abbiamo buchi sul gilet. Siamo accampati sull’aiuola. La colomba morta vola. C’è una rissa. Bottigliate in faccia. Vuoti a perdere. Conto i minuti che mi separano da te, te che alle due di notte guardi una pensilina, vedi una donna con la minigonna corta e le calze a rete e pensi che stia aspettando l’autobus. Il mio venezuelano brasiliano della piana fiorentina del cilento (e detto questo, serie infinita di battiti sul petto in segno di appartenenza multipla). Chiudo gli occhi e vedo il porto di Amsterdam, i tuoi occhi sinceri ed i miei sempre tristi. Ti prendo la mano. Sei qui con me. Non c’è stato mai nessuno che mi ha amato tanto come questa notte. Buonanotte piccolo mio.