
Un anno esatto fa ascoltavo Capossela. Tra due minuti uscivo a fare una passeggiata. Io, te, il cane e un freddo boia. Parlavamo della gente che fa bungee jumping dalle gru, di quella che va a fare la doccia con un tostapane sottobraccio, di quelli che appendono i rosari agli specchietti retrovisori. E di quella volta sulla fiat uno a metano che abbiamo sorriso all’autovelox. Il tuo stomaco cadeva a pezzi, te mi pregavi di smettere di farti ridere perché se no ti si staccavano i punti. Non si muore di affitto e di fame, dicevamo. Ce la possiamo fare da soli io e te, a fare qualsiasi cosa. Poi ci siamo persi. Entravi nei bagni dei bar e dicevi “io vado a farmi, te prendi qualcosa”. E tua mamma canticchiava battisti mentre ci faceva le lasagne. In pochissime parole, mi capita raramente di pensarti. Mi torni in mente quando sento il rumore della pioggia o quello della tosse. Quando piove, è la cerimonia di una storia che da qualche parte finisce. Ora dove sei?
[Grazie Vasco (quello vero). Grazie alle tue luci.]
