La pausa dai post, gentile utente anglofono, non è dovuta al fatto che io possieda un vissuto al di fuori di questa scatolina colorata. Tutt’altro: non ne possiedo più uno nemmeno qui dentro. Mi osservo mentre ripasso il segno delle mie orme e mi annoio di quello che dico, quindi, evito di farlo. C’è qualche aggiornamento: mi è stato detto da Luca stesso che ha, finalmente, viva dio, trovato una nuova fidanzatina o pseudotale. Non vedo l’ora di capire chi è per affibbiarle un nomignolo e riderci e bestemmiarci su. E poi lo scrittore fra qualche giorno sbarca nella mia città. Ma ormai sono un personaggio degli Indifferenti di Moravia. Non c’è niente che mi susciti reazioni degne, accetto tutto passivamente. Con Mirko pecco ogni giorno di irriconoscenza e manco di senso della misura. Lui ha una pazienza epica. E si è trovato di fronte la sconcertante sintesi vivente di un problema irrisolvibile, perché io sono allo stesso tempo il problema e la soluzione. Mi viene in mente Davide che mi preparava le uova al tegamino mentre pronunciavo i miei fatidici “non so cosa fare della mia vita”: lui sapeva darmi abbracci affettuosi, non le lapidi di marmo che sento ultimamente. Ora, senza di lui, continuo a cantare il mio lamento di vittima di un destino impietoso. Credevo di saperci fare con le persone e ho scoperto che sono le persone che ci sanno fare con me. Costruisco la gente sulla base del mio ideale, poi rimango delusa e quello mi guarda e mi dice “ma che cazzo ti aspettavi?”. Vorrei svegliarmi un giorno e non sentire più niente, sotto una colata di cemento con due buchini (facoltativi) per respirare. Non sarò io ad arrivare a Manhattan con 15 dollari in tasca e fare carriera. Non sarò io a rompere i bicchieri e poi pagare da bere. Allora ogni gesto serve veramente a poco. Sto leggendo un fumetto esagerato. Watchmen. Capitolo 2, "amici assenti". Dal diario di Rorschach: “E’ così che succede? Una vita a lottare, senza tempo per gli amici, e alla fine sono solo i nemici a portarti delle rose”.
